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La recensione di "Io, Filumè" su IlFattoNapoletano.it



Al teatro Tram è andato in scena dal 30 marzo al 2 aprile Io, Filumè, monologo di e con Franco Di Corcia jr., accompagnato dalla musica live del giovane Mattia Pagni. Si tratta di una versione molto personale dell’opera ispirata alla figura di Filumena Marturano, di cui l’attore e autore attualizza la storia.

Ma lo spettacolo di Franco Di Corcia jr. traccia anche un parallelismo tra la sua vicenda autobiografica e quella dell’eroina eduardiana, entrambi discriminati e vittime del contesto sociale dove sono nati. Infatti, mentre la donna è costretta a far crescere i suoi figli lontani da lei, che fa la prostituta per vivere, l’attore appena nato fu spedito dai nonni a Salerno, chiuso in una valigia, perché i genitori vivevano in Svizzera e avevano firmato un contratto di lavoro che prevedeva il licenziamento se avessero avuto figli.

Nove anni per ultimare Io, Filumè

Insomma, Io,Filumè è un’opera molto dolorosa, che ha avuto una lunga gestazione, durata circa nove anni, tra tanti momenti di blocco e di ostracismo.

«In questo periodo ho colloquiato con la famiglia De Filippo e con i loro avvocati per trovare la giusta quadra – spiega Franco Di Corcia jr. –. Alla fine loro mi hanno permesso di sdoganare l’opera, riconoscendone la sostanziale diversità e la complementarietà con la versione originaria».

Franco, dunque, mostra con crudezza, rara autenticità e verità il dolore di Filumena per una vita dura, segnata dall’abuso, dalla non accettazione e dalla mancanza d’amore. Reclama il diritto a essere amata e accettata per quello che è, senza infingimenti e senza essere appiattita in una categoria monodimensionale. Rivendica il diritto alla sua sofferenza, alle sue scelte legittime, alla sua complessità di essere umano, al suo essere una donna autodeterminata, che non si lascia soffocare né ridurre al silenzio.

«Quello che mi rende differente e complementare con Filumena è il fatto che lei alla fine viene amata e sostenuta – spiega ancora l’attore –. Don Domenico le dice che dopo tante corse, paura e cadute, può finalmente fermarsi a prendere fiato. Non è più sola, ma ci sarà lui a darle una pacca sulla spalla, a sorreggerla. Per Franco, invece, non è ancora così, la pacca sulle spalle deve ancora darsela da solo».

E deve anche guardarsi le spalle dalla competizione sleale, dalla violenza gratuita e dalla ferocia dell’intolleranza, come quella notte in cui l’hanno picchiato selvaggiamente, sfondandogli il cranio.

«Sulla scena ho pianto in maniera inaspettata e irrefrenabile – ricorda –. Ma nella mia vita privata non lo faccio mai, non posso permettermelo. E non ho pianto neanche quella notte. Non l’ho fatto nemmeno quando ero intubato a causa del Covid».

Un messaggio d’amore e coraggio

Ma, nonostante tanto dolore, Io, Filumè è uno spettacolo che diffonde un messaggio d’amore e coraggio, al di là di ogni cesura e confine. «È lo stesso che era contenuto nella versione originaria di Io, Filumè: una voce, mille pensieri: l’amore non ha confini, di genere o geografici. Come un Paese che sa accoglierti e non farti sentire estraneo e straniero; come il teatro che sa accogliere i suoi allievi e il suo pubblico».

Ma, come ribadisce Franco, questo tipo d’amore non ce lo insegnano, non ci insegnano innanzitutto ad amarci. E lo stesso teatro sembra aver tradito la sua missione inclusiva originaria: «Il teatro è uno strumento che deve insegnarci a guardare e a leggere la realtà – evidenzia Di Corcia –. Oggi, invece, il sistema teatrale si è come ammalato e andrebbe ripensato. Do merito, però, agli spazi off di avere il coraggio di accettare sfide difficili».

Proprio quelle sfide che dovrebbero essere intraprese dai giovani, allievi e non; ma spesso i ragazzi rincorrono l’approvazione del pubblico, ansiosi di soddisfarne le aspettative. È stato così anche per il giovane Di Corcia: «Oggi no, non m’interessa assecondare e piacere a tutti i costi. Corro il rischio che quello che racconto possa non piacere al pubblico. E insegno ai giovani, ai miei allievi, a mettere davvero al centro la cultura; li invito a sperimentare vari generi, per trovare quello a loro più vicino e congeniale; a imparare e ad attingere da tutto, per sviluppare un proprio gusto etico ed estetico, nutrendo il proprio senso critico».



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